T-noSHOW

giugno 22, 2017

T-noSHOW è una stimolazione psico-artistica strutturata in forma di performance per un’azione di 90 secondi, realizzata nel gennaio 2012 e ripetuta secondo precisi appuntamenti, a sviluppare 3 giorni costituiti da:

–           Una metaforica violazione dell’intimità psicologica,

–           Una simbolica violazione della prossemica dello spazio privato

–           Un’apparente violazione multipla dello stesso.

SPAZIO E AZIONE:

All’interno di una camera non di passaggio, un gruppo di persone in piedi e in penombra, crea forte discrepanza tra spettatore e attori.  Di fronte al gruppo, in linea con la porta d’accesso, due sedie ed una lampada accesa accolgono lo spettatore. Fuori, il corifeo seleziona, spiega le giornate e dà accesso. Pur non presentando alcun rischio, l’azione scenica si avvale di un preciso e intimidatorio cerimoniale.

Lo spettatore della prima giornata e il solista prendono posto nelle due sedie. Ha inizio una stimolazione psico-artistica costituita da una serie di incalzanti domande. L’interrogatorio,  sviscera l’intimo dello spett-attore fino a causare in lui un leggero malessere, accresciuto dal giudizio del gruppo. Al termine, il corifeo lo invita brutalmente ad uscire dando corso all’azione scenica successiva, rilasciandogli diploma di inadeguatezza.

Lo spettatore della seconda giornata, sperimenta il limite di tolleranza concesso ad un sessuomane/erotomane, che rompe in maniera ammiccante i parametri consueti della prossemica dello spazio privato.

Lo spettatore della terza giornata, dovrà accettare le azioni di fastidio (mai vincolanti), costituite dal tormento inflitto ad accessori personali, arti inferiori e superiori.

T-noSHOW è trilogia sulla vergogna, sviluppata sull’interattività tra gruppo, solista, corifeo e utente. Interazione tra stati mentali e situazioni sociali con continui confronti tra il proprio punto di vista e l’altrui.

Spazio reale e spazio artistico si fondono in un’unica azione volta alla sperimentazione della vergogna.

Si precisa che l’azione può essere realizzata in tre differenti momenti della medesima giornata.

COLLETTIVO T:

il gruppo

1 corifeo

1 solista per giorno

 

La realtà viene costruita socialmente e spesso viene data per scontata.

La realtà della vita quotidiana è riaffermata costantemente attraverso l’interazione con le persone con le quali parliamo e interagiamo. La conversazione dall’altra, è lo strumento che preserva la realtà, indebolendo o eliminando alcuni elementi. Al fine di conservare la realtà soggettiva, chiediamo che proprio questo contesto comunicativo, confermi la nostra percezione. Tramite l’esperienza creata dalla performance T-noSHOW, abbiamo sperimentato che la persona che decide di affiliarsi a un gruppo si adatta necessariamente alla vita del gruppo sottoscrivendone valori, norme e credenze. Uno dei processi in cui gli individui modellano il proprio comportamento a quello degli altri membri – noto come socializzazione – ha garantito senso di unità e di stabilità unite alla soddisfazione di appartenervi.

A differenza della socializzazione, in cui gli individui si adattano alla vita del gruppo preservando comunque la loro autonomia, il conformismo (oggetto del nostro interesse e questione aperta da una performance rivolta ad uno spettatore solo), richiede che gli individui accettino una serie di richieste del gruppo e modifichino il loro comportamento per duplicare quello degli altri, al fine di essere accettati.  Il conformismo – descritto come un processo di sottomissione alla maggioranza – rivela un bisogno di sicurezza, una ricerca di identificazione e una strategia per evitare conflitti. Durante i tre giorni dell’azione teatrale sono state registrati casi in cui gli individui hanno modificato il loro comportamento, ritenendo che il gruppo aveva ragione o possedeva i motivi per averla. Il conformismo si basa sul principio che ogni individuo, in una data situazione sociale, si conforma all’opinione del gruppo pensando che sia ragionato ed obiettivo. Alcune delle tecniche usate nell’interazione sociale possono tuttavia influenzare scelte, decisioni e comportamenti altrui. Nell’ambiente del gruppo è più probabile che si accettino dichiarazioni espresse dalla maggioranza e ci si conformi, poiché l’assunto è che un gruppo di persone deve avere migliore capacità di giudizio di un singolo. Anche un gruppo di minoranza o una minoranza di persone (come nel nostro caso) può avere influenza sul comportamento di una maggioranza, in particolare quando: il gruppo di minoranza sottoscrive una modalità d’approccio assai diffusa (come la compilazione di una serie di moduli e la strutturazione di un momento di vera e propria burocrazia in atto); oppure quando la maggioranza apprezza il coraggio della minoranza e ne difende l’operato.
Abbiamo visto cioè, che le  persone desiderano essere percepite come coerenti, capaci di mantenere coerenza tra parole e azioni. Basandosi su questa premessa, si può convincere l’altro ad agire in un certo modo se gli si può mostrare che il comportamento desiderato è logico agli occhi di chi chiede conformità.  Il principio di convalida sociale consiste nel convincere l’altro ad accettare una richiesta spiegandogli che molti altri hanno adottato in passato lo stesso comportamento. Quando affrontano una situazione poco familiare, gli esseri umani sono inclini ad osservare gli altri e ad accettare il loro comportamento. Inoltre, secondo il principio della scarsità in sociologia, la gente dà grande valore alle opportunità rare e la performance non solo era segnata da orari precisi, ma anche da giorni specificatamente assegnati. Il gruppo quindi ha potuto dire a se stesso che solo un limitato numero di persone si conquisterà l’accesso all’evento e che solo chi è in grado di accettare la verità voluta dal gruppo sarà ammesso. Questa scarsità rende l’appartenenza al gruppo ancora più attraente. Assicurarsi una posizione dove i posti sono limitati fa sentire speciali, poiché ci si sente selezionati tra un grande numero di candidati.

T-noSHOW non ci fa sapere che cosa è reale o immaginario, non perché siano confusi, ma perché nessuno di noi lo sa ed oggi non vi è più nemmeno un posto da cui partire per chiedere informazioni.

Era questo l’incipit della presentazione che, come foglio di sala, accoglieva lo spettatore curioso di avere notizie preventive, delucidazioni o semplici rassicurazioni in vista della performance in seguito definita “stimolazione psico-artistica”, che un gruppo di persone selezionate ha costruito una manifestazione che promuove tre giorni d’arte contemporanea. Svoltasi all’interno di spazi privati, prevalentemente appartamenti, l’arte va a cercarsi spazi espositivi all’interno di contesti non convenzionali, rispondendo al tema proposto dagli organizzatori. Appuntamento indipendente con la ricerca artistica, T-noSHOW ha risposto al tema assai conturbante, pregno di sviluppi e carico di stimoli incentrato sul tema della vergogna, chiedendosi di cercare le implicazioni comportamentali, sociali e politiche che ne derivano. La vergogna è ancora “un termine ancora significante nel panorama attuale” oppure le trasformazioni culturali e politiche a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni ne hanno modificato valore e significato?  La proposta aveva,  in maniera più intrigante,  a che fare con lo studio dei concetti di narcisismo, vergogna ed esibizione che questo tema innegabilmente si portava dietro. Magari facendo riferimento anche ad alcune questioni relative al concetto di autorità, di conformismo e dunque di condizionamento.

Bisognava intanto cominciare a riflettere sulla vergogna prendendo come riferimento gli studi sulla autoconoscenza, sulla coscienza (Hofstader o Lewis) e i concetti psicodinamici più rappresentativi. In questa fase, le informazioni si attestano da un lato su alcuni studiosi  secondo i quali la vergogna è un’emozione di tipo secondario, che si produce solo tramite una riflessione su di sé; mentre per altri, essa è una questione più automatica che non ha necessariamente bisogno di autoconsapevolezza. Di fatto, ci accorgevamo che in merito ad una questione così tanto intima e diffusa avevamo a disposizione una quantità rilevante di motivi per non avere certezze. Più che soffermarsi sullo studio del tema in quanto tale e dunque sullo studio del rossore condotto da Darwin o sul rimorso che volge in vergogna come meccanismo automatico, che non richiede l’intervento del pensiero, ci si soffermerà sul concetto di conformismo e autorità cercando di collegarlo alle recenti riflessioni di psicologia sociale come l’esperimento Milgram; il tema della persuasione e delle strategie della comunicazione ad essa associate; la memetica;  il centro studi sulle nuove religioni, il fenomeno settario e funzionamento dei gruppi, i diritti nella società dei consumatori, il carcere di Standford non dimenticando ovviamente, il film cult dal titolo “L’onda” di Dennis Gansel.

La questione centrale sembrava essere quella di avvalersi di un gruppo di persone in grado di condizionare e interferire nelle volontà e libertà dello spettatore che doveva necessariamente essere considerato singolo utente. Lo squilibrio del rapporto molti contro uno divenne l’imperativo per un progetto che cercava di realizzare un’esperienza di tipo comportamentale, con l’intenzione di combattere stereotipi contemporanei di talento, successo e potenza, col tramite di una serie di situazioni “spiacevoli” causa di vergogna e pena per lo spettatore.

La performance è costituita dunque da un gruppo di persone o “coro”; un conduttore o “corifeo” che orienta le dinamiche del gruppo e dell’esperimento ed uno spettatore o persona del pubblico sottoposta all’azione interrogativo-aggressiva del coro. Il lavoro s’incentra sulla costruzione di un’aggressione simbolica e ulteriore violazione della persona sottoposta a test, con l’intenzione di evocare situazioni di disagio.

Le tipologie di “protagonisti”, avevano le seguenti finalità: il corifeo, ha il compito di intervenire, condurre, orientare e stimolare l’azione; il gruppo di attori, coordinato in precedenza, ha il compito di assistere alla messa in scena, giudicare silenziosamente, osservare e – nell’ultima giornata – intervenire. Il performer/solista; diverso per le  3 giornate e composto da professionisti psicologi e attori e lo spettatore o utente liberamente offertosi dal pubblico, costituito da persona opportunamente informata, firmataria di una liberatoria che dà corso al progetto, con un’entrata in scena regolata da precise normative. Infine un “direttore generale”, responsabile dello svolgimento delle varie fasi; col compito di entrare ed uscire dalla parte al fine di rendere agevole, leggibile e dunque fruibile lo “spazio del sacro” che si era inevitabilmente venuto a creare. In pratica, non avevamo nessun interesse nel fotografare la condizione esistenziale del pubblico, quanto di tentare di concretizzare e dare sostanza al potenziale umano dello sconfitto e dell’incapace. Un percorso che fra le pieghe del teatro sperimentale, faceva sua l’improvvisazione, intesa come pratica attiva e risposta a ciò che si viene a creare nell’interazione con il pubblico.

La performance seguiva una procedura che definirei motivazionale–relazionale dell’emozione;  il gruppo cominciava ad avvalersi dei cambiamenti percepiti nelle relazioni personali in modo da influenzare l’abilità di ciascuno a realizzare i propri obiettivi.  Era chiaro che il lavoro sulla vergogna avrebbe dovuto avvalersi della paura e dell’imbarazzo di tutti coloro che realizzavano il progetto. La selezione dei performer si attestò su di una precisa tipologia di persone: non era necessario che fossero artisti perfomer specializzati, così come non cercavamo artisti in genere, ma solo persone che avevano all’attivo una qualche abitudine all’ascolto per questioni professionali o per abilità acquisita in altri contesti. Non era scontato né tantomeno secondario pensare che proporre una performance significava realizzare un’opera con la persona, con il corpo della persona e dunque con uno strumento che possiede singolarità irripetibili e indistinguibili dalla performance.  Sapevamo che esiste uno stato emotivo prodotto da una sinergia di fattori che riguardano una performance davanti ad un pubblico: il performer sperimenta eccitazione ed empatia nei confronti del pubblico, proprio perché non ha mai smesso davvero di essere pubblico.

 

SPAZIO E AZIONE

All’interno di una stanza (camera da letto o piccola sala dotata di accessi e non di passaggio) trovano collocazione un gruppo di persone in piedi; in penombra e in numero sufficiente a coprire visivamente lo spazio: 10-15 persone o un numero adeguato allo spazio ospitante in modo da creare una forte discrepanza tra spettatore e attori. Il gruppo, preposto al giudizio silenzioso, ha il compito di mettere in pratica uno scenario di tipo teatrale, essenziale alla performance.  Di fronte al gruppo, in linea con la porta d’accesso della stanza, viene collocata una sedia ed una lampada accesa atta a rendere visibile solo lo spazio disponibile ad accogliere una persona. Esternamente, il corifeo T-noSHOW seleziona, dà informazioni sulla scansione delle giornate e dà accesso ad uno spettatore alla volta, a seguito della firma di un documento che accerta stato di salute e la disponibilità a condividere l’azione. Viene precisato che l’azione scenica pur non presentando alcun rischio effettivo, si avvarrà di un cerimoniale costituito da tempistiche scandite con precisione tale da creare un impatto emotivo molto forte. Una volta entrati, lo spettatore che non avrà dichiarato problemi di salute mentale o fisica compie l’esperienza mentre quanti avranno negato tale opzione hanno la possibilità di conoscere il percorso in maniera indiretta, accompagnati da una spiegazione didascalica, sorta di traduzione del progetto T-noSHOW condotta dal corifeo in prima persona.

Lo spettatore della prima giornata che invece, avrà dato il suo assenso si troverà nella condizione di prendere posto e una volta comodo, viene salutato da un solista T-noSHOW che prende posto nell’altra sedia e lentamente condurrà l’azione scenica all’interno di una stimolazione psico-artistica costituita da una serie di incalzanti domande alle quali l’utente non potrà che rispondere. L’interrogatorio in forma di indagine investigativa – sempre più invasiva, snervante e destabilizzante – è condotta da uno psicologo professionista che ha il compito di sviscerare i lati più intimi e segreti dello spett-attore tentando di causare in questi un leggero malessere  da concludere tuttavia allo scadere dei 90 secondi, tempo massimo di durata dell’intero trattamento. Il corifeo, disposto in prossimità dell’interruttore generale ha il compito di farsi tutore del progetto e amministratore del tempo. Egli scandisce i 90 secondi allo scadere dei quali invita l’utente ad uscire dalla stanza per dare corso all’azione scenica successiva, rilasciandogli ufficialmente un attestato di partecipazione.

Lo spettatore della seconda giornata, sempre nella medesima collocazione di fronte al gruppo di operatori T-noSHOW, è messo nella condizione di sperimentare il limite di tolleranza concesso ad un attore che nella veste di sessuomane/erotomane rompe in maniera ammiccante i parametri consueti della prossemica dello spazio privato, facendo offerta di se in maniera esplicita e senza alcun sottointeso.

Lo spettatore della terza giornata, è messo nella condizione di accettare di essere disturbato dai movimenti e brevi spostamenti del gruppo, chiamato a produrre azioni di fastidio (senza tuttavia mai raggiungere effetti vincolanti), costituite dal tormento inflitto ad accessori personali, abbigliamento, arti inferiori e superiori dello spettatore. L’azione si conclude allo scadere dei 90 secondi consueti con un perentorio invito ad uscire.

T-noSHOW è un non show per un singolo spettatore, interpretabile anche in senso letterale come presentazione rivolta ad un “tu” al cospetto del quale non si realizza alcuno show o spettacolo. In un contesto storico che ci permette di vedere quotidianamente come la propensione a esibire momenti e atti della propria intimità fisica e sentimentale si verifichi a patto che quell’intimità venga messa in scena e spettacolarizzata, s’intende costruire la sintesi simbolica di un’ambientazione teatrale che conduce il soggetto a sperimentare 90 secondi di debolezza, scacco alle proprie sicurezze e sconfitta, cercando di stimolare l’empatia necessaria verso coloro che quell’intimità la vedono negata. Partecipazione  personale ad un progetto di teatro sperimentale sulla vergogna inteso come alto, drammatico ma vero momento della conoscenza di se stessi e dell’uomo che è privo di tale diritto. 90 secondi a seguito dei quali lo spett-attore, si vive in prima persona la condizione di disagio e il malessere indotto da contesti cosiddetti istituzionali e “democratici” che con cecità burocratica, mettono in dubbio e superano i limiti dei diritti civili dei cittadini di serie B siano essi l’immigrato, la persona in difficoltà, chi momentaneamente non gode di libertà civile, ed in generale, chi è stato oggetto di violenza a causa di un sopruso.  Avvalendosi del meccanismo teatrale e dell’azione scenica, un gruppo coordinato di attori crea un’azione artistica dal forte imprinting formativo dove ognuno è contemporaneamente attore e spettatore. Il tentativo è quello di indicare lo scacco subito e il senso di indegnità avvertito da chi riceve un disconoscimento grave rispetto al proprio essere.

OBIETTIVI

Il progetto T-noSHOW è una trilogia sulla vergogna, sviluppata in tre differenti momenti performativi, per i quali l’interattività tra gruppo e utente è essenziale.

Sappiamo infatti che gli psicologi sociali spiegano il comportamento umano in termini di interazione tra stati mentali e situazioni sociali immediate e che il continuo confronto tra il proprio punto di vista e quello degli altri è condizione necessaria ad individuare con chiarezza la propria posizione personale. Si tratta dunque di una negoziazione continua delle proprie convinzioni che il singolo contratta col gruppo in ogni occasione. Negoziazione che nella performance avviene in maniera più esplicita a causa del rapporto del tutto squilibrato tra singolo spettatore e gruppo. Nella prima fase, attraverso il livello più semplice di influenza sociale secondo Kelman, il bersaglio o spettatore/utente tende a modificare il proprio atteggiamento adeguandolo a quello della sorgente d’influenza, ma solo in modo apparente; in altre parole verificheremo la diversità tra ciò che si pensa o si fa segretamente, e ciò che si mostra in pubblico di fare o di pensare. Questa “finzione” verificabile quando un individuo si trova esposto alla pressione di una fonte maggioritaria spinge l’individuo a conformarsi, implicitamente o esplicitamente, alle opinioni o atteggiamenti che crede confacenti al gruppo. Tale conformismo è l’oggetto dell’azione del terapeuta chiamato a smascherare tale apparenza, dichiarandola per ciò che è.  Il corifeo del primo giorno, a seguito di un’analisi immediata del soggetto, ha il compito di palesare sterotipi e pregiudizi rendendo evidente come l’individuo sia in grado di valutare i propri valori affettivi;  come ha imparato a conoscere il proprio codice emotivo nel corso dell’infanzia, come ha aggiornato questo codice nel corso degli anni successivi fino alla personalità attuale, come “sente” o sa “leggere” i fatti alla luce dei propri valori. Il tentativo sarà quello di mettere in dubbio o altrimenti evidenziare la soglia dell’incapacità di distinguere chiaramente mondo interno e mondo esterno.

Nella seconda fase o violazione della prossemica dello spazio nel quale collochiamo la sessualità, l’individuo sperimenta un’invasione esplicita del privato. La vicinanza fisica tra solista e utente, acquista per quest’ultimo un significato potente che agli occhi dello spettatore,  parlerà agli altri di precise convenzioni sociali assunte anche sulla base di profondi radicamenti culturali e biologici. Il potente significato assegnato a questo spazio muta il concetto della distanza, la quale acquista valori diversi più o meno accettabili al momento in cui questa vicinanza s’imporrà come offerta sessuale, richiamo e contatto fisico. Questo secondo livello coinvolge e illumina la vergogna come testimonianza di essere un corpo. La vergogna che si individua a partire da una corporeità che, tra l’altro, sarà esplicitamente stimolata dall’azione di una persona scelta a caso tra i membri del gruppo. Il/la sessuomane potrà potenzialmente appartenere allo stesso genere dello spettatore, il quale si troverà nella condizione di verificare un’offerta sessuale che potrebbe accrescere il disagio verso una valutazione inevitabilmente abbozzata del confine e probabile contrasto tra corpo, mente e desiderio.

Nella terza ed ultima fase, si realizza l’apparente violazione multipla dello spazio del privato, costituita da un gruppo che si autorizza in quanto tale a condurre azioni di disturbo. Con l’obiettivo di infastidire e perfino tormentare oggetti personali, accessori e – in generale – ciò che fa parte della proprietà privata dello spettatore, la terza giornata coinvolge nella performance la natura del disagio e della vergogna suscitate da un’azione corale, di un gruppo che è al tempo stesso attore e giudice. Con l’autorità rivestita dal gruppo, specie quando si rapporta al singolo, la terza giornata evoca la tipica azione di controllo e di conseguente conformismo all’autorità. Il tema della persuasione ad esso associata,  permette di individuare le dinamiche culturali sul senso della proprietà e del privato, da un punto di vista al contempo individuale e globale. A testimonianza della pervasività delle dinamiche persuasive, suggestive ed auto suggestive nella realtà sociale, l’invasione del gruppo (strutturata per essere di fatto una violazione apparente) creerà situazioni in grado di rendere evidente il ruolo strategico del concetto di apparenza, declinato in ciò che è comune, personale o prodotto dalle relazioni interpersonali.  Si tratta della traslazione di una situazione di controllo e di dominio di molti contro uno, che nella realtà è tipico del fenomeno di obbedienza all’autorità, riferibile ai molti fenomeni sociali di controllo.

IL LABORATORIO

 

Il gruppo di 16 persone comincia a lavorare sulla propria vergogna due mesi prima della data fissata per l’uscita e comincia ad incontrarsi con una cadenza di due incontri a settimana, anche se ben presto aumentano a quattro, non appena si cominciano a delineare le azioni da costruire. Nasce infatti, l’esigenza di produrre una serie di quadri differenziati per ogni singola giornata, in modo da rendere più dinamico l’alternarsi delle varie azioni. Ogni giornata e dunque l’aggressione simbolica ad essa connessa sarà costituita cioè da  quattro o cinque approcci diversi, da alternare e ripetere nell’arco della giornata. Diverse modalità di cui lo spettatore non sarà a conoscenza, anche se potrà supporne l’esistenza nel periodo di attesa del proprio turno.

Per la prima giornata vengono ideate una serie di soluzioni per la seduta, in modo da rendere assurda, intollerabile e perfino insopportabile la permanenza dello spettatore all’interno della stanza. La modalità di accoglienza e di seduta sulla quale il gruppo ha lavorato è stata la cosiddetta “sedia umana”. All’entrata gli attori sono disposti in maniera parallela a creare un corridoio davanti alla porta. I performer si collocheranno all’entrata per poter finire sempre alle spalle dell’utente. All’unisono ma in maniera morbida, il gruppo si chiude in cerchio sullo spettatore, strofinandosi a lui con la vischiosità del pesce. Muovendosi nello spazio, il gruppo porta l’utente davanti al solista/psicologo, rannicchiandosi a terra e disponendosi come una grande poltrona. Dopo un tempo, la sedia comincia a manifestare chiari e sintetici segnali di sofferenza che andranno ad aumentare il disagio potenziato dalle domande del solista. Allo scadere dei 90 secondi, si accendono le luci e compare l’invito ad uscire. Nella seconda modalità detta “rapporti difficili”, il corifeo accompagna lo spettatore chiedendogli di accomodarsi al centro di una postazione tripartita. Seguono domande semplici di facile comprensibilità, alternate all’entrata in scena di due performer che si siedono accanto allo spettatore con fare minaccioso. Essi cominciano a percuotersi con un bastone, chiedendo all’utente di rendersi complice del gioco crudele. A conclusione del minuto e mezzo, il corifeo viene a prendersi lo spettatore e la coppia esce. A questa versione si associa quella in cui i due performer evocano un momento di grande intimità, preludio ad un vero e proprio rapporto sessuale, condotto in presenza dell’utente rimasto a sedere tra i due. Un’altra modalità definita “affetto di mamma” prevede che il gruppo in piedi attenda l’arrivo dell’utente invitato a sedersi al centro della stanza. Il gruppo comincia ad avvicinarsi e ad accarezzare l’utente, prima stringendosi e poi avvinghiandosi  a lui come cuccioli in sincera ricerca d’amore.  Sottomettersi e costringere, mentre l’utente risponde alle domande, è la dinamica per sviluppare inadeguatezza e vergogna.

Durante la seconda giornata, l’arrivo dell’utente e l’invito a sedersi al centro della stanza è accompagnato dall’entrata in scena di un solo performer/sessuomane che entra non visto. In penombra, l’utente avrà modo di scorgere un gruppo di guardoni in piedi che non interferisce.  È lì per guardare ed eccitarsi, ma non per catturare l’attenzione dell’utente. Il Sessuomane interagisce con lo spettatore, fino all’accensione della luce o fino a che non viene lasciato da solo per qualche secondo. Trascorso il tempo, il corifeo lo invita ad uscire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *