materia/instabile

Giugno 22, 2017

Realizzare Contrasted ha significato cercare di rendere possibile un tipo di indagine complessa e multiforme che nulla concedesse a chi è spinto dal bisogno di fare sintesi affrettate. A fronte di coloro che pensano al conflitto solo come oggetto di mediazioni affrettate e svilite  Contrasted ha presentato la forma del flusso. Una realtà complessa e instabile dalle sfuggenti sfaccettature, sintomo dell’inarrestabile movimento della natura.  Elemento essenziale peraltro anche per chi volesse condurre solo un approccio di tipo scientifico. Pur essendo indubbio infatti che   l’attività di misurazione messa in atto da parte dell’uomo abbia concesso forme di conoscenza e di sperimentazione dei fenomeni e delle cose reali, è altrettanto vero che queste si siano dimostrate insufficienti.

Le più accurate misurazioni che avrebbero consentito lo svolgimento di un’altra importantissima attività dell’uomo, quella riguardante la mediazione, credono ancora possibile un altro miracolo: che il virtuale e quindi, l’inserimento di un congegno di codifica tra il mondo e l’esperienza possa essere di questo è l’ultima prospettiva, quella nella quale riposano le nostre speranze. L’uomo si sa, ha imparato a concentrare tutti i suoi sforzi sul versante dell’opposizione e se ne nutre per colmare la fame di catalogazione anziché cercare di integrarsi in armonia con ciò che lo circonda. Il razionale viene metodicamente separato dall’irrazionale e tutto funziona secondo il principio dell’antagonismo e non della coabitazione. In ogni situazione o disciplina, i criteri vincenti sono quelli che evidenziano le differenze e le contrapposizioni e non le similitudini e le sfumature. Pertanto, viviamo con l’apparente certezza che Tutto sia rappresentato con estrema chiarezza. Vogliamo che i confini delle nostre definizioni siano nitidi e ben tracciati, che le competenze vengano assegnate ad un proliferare di superspecializzazioni, sempre più circoscritte e rinchiuse, e che in definitiva, nella vita altrui si confermi soltanto una delle due situazioni alternative che abbiamo ipotizzato. Spiega se riusciamo a catalogare rientra in uno schema pacifico della mia lettura dell’altro.

A ciò, la complessità risponde (e spesso vince), in termini di ulteriore crescente complicazione, quasi a riaffermare l’estrema necessità di un approccio razionale, mediato e specialistico alla realtà del mondo fisico. Abbagliati dal bisogno di possedere ciò che ci sforziamo di comprendere, vediamo in realtà accrescere la nostra illusione di progredire nella conoscenza e di allargare il dominio dell’intelligenza e della forma strutturata sull’amorfo e sul caotico.

Si rischia che in alcuni ambienti si sta diffondendo un Tra i vari usi della diversità e delle opposizioni contrastanti, basterà pensare a quella che ha a che fare con la “differenza”, per sentirsi allarmati. Gli atteggiamenti di fronte alla differenza altrui (etnica, culturale, sociale ecc.) potrebbero essere raccolti sotto tre pericolose etichette: forza, tolleranza e ambiguità. Di fatto, esse significano: uso della forza per assicurare la conformità ai valori di coloro che possiedono la forza; una vacua tolleranza inconsistente ed eterea al punto da rinnegare se stessa in qualsiasi momento oppure un continuo scansare  e sfuggire il problema il quale spesso conduce ad esiti ambigui e contraddittori.

Insomma, paternalismo, indifferenza e arroganza sembrano essere tra le pratiche più comuni nell’affrontare le differenze.

Quando l’artista (come l’etnografo) è l’intenditore per eccellenza delle forme mentali estranee, quando è “ossessionato” dai mondi altri e dal tentativo di renderli comprensibili a se stesso e agli altri, egli fa pratica a mio avviso di filosofia dell’interculturalismo, ossia dell’incontro con l’altro che non si limita ad essere esercizio di tolleranza. Su di un terreno in grado di attraversare i confini fra le discipline, egli è perfino in grado di far fronte ai nuovi nazionalismi, al revival delle piccole patrie, ai focolai di razzismo, intolleranza e integralismo  visibile in ogni angolo del mondo.

Tecnologie informatiche e telematiche, ricerca e sviluppo riguardante invisibili e iperveloci mezzi trasmissivi ribadiscono la fondamentale esigenza della produzione di informazioni e sottolineano le caratteristiche di bidirezionalità e interattività dei nuovi media. Questo spirito di compartecipazione e corrispondenza che unisce luoghi distanti – geografici e dell’anima – e condivide innumerevoli punti di vista, si fonda in modo sorprendente sulla tendenza dell’uomo a prendere le distanze dalla realtà in cui vive, mediandola, per poterla comprendere e dominare; a zoomare sui particolari, specializzandosi, per eliminare le frastagliature e i contorni sfumati; a dividere eventi e fenomeni, misurandoli, per disporre di dati e costruire informazioni.

Gli usi della diversità culturale, del suo studio, della sua descrizione analisi e comprensione, non si situano in un percorso che ricolloca noi stessi in rapporto agli altri al fine di difendere l’integrità del gruppo e sostenerne la fedeltà; piuttosto, essi si pongono lungo un percorso atto a definire il terreno che la ragione deve oltrepassare se intende acquistare i suoi pur modesti traguardi e renderli effettivi. Questo terreno è scabroso, pieno di buche inaspettate. Attraversarlo o tentare di farlo, non vuol dire affatto livellarlo, trasformandolo in una liscia, sicura e ininterrotta pianura; al contrario se ne portano semplicemente alla luce le discontinuità e i contorni.

11 giugno/ 11 luglio 2010

palazzo Chianini- Arezzo

 

 

 

 

L’ aggressività trasforma incontri casuali in occasioni di scontro. La veemenza delle prese di posizione, le frequenti situazioni di tensione, pericolo o contrasto e le urla hanno preso il posto dell’ascolto o del controllo.

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