MUSHROOM ha deciso di rivolgere un’importante sede espositiva comunale all’azione e alla creatività di quegli artisti assetati di occasioni per esporsi, di mettersi in mostra e di presentarsi al meglio.
Nella radicata convinzione che l’espressione artistica sia un diritto da espletare tramite tipologie culturali adeguate alle sfide sociali e che le programmazioni rigide e altamente selettive, per quanto più semplici, non producano iniziative propulsive, l’Associazione MEGA+MEGA intende far propria l’idea di un gruppo che lavori intorno ad un progetto, basandosi sull’accordo e la comunanza d’interessi.
Come prima cosa dunque, MUSHROOM si disfa del culto della tradizione e delle vaghe nozioni di eccellenza uscendo dalle ossessioni e dalle necessità dei riconoscimenti tipici della piccola provincia. Si tratta di un progetto culturale che pensa di evidenziare, offrire occasioni di crescita e di visibilità agli artisti del territorio e non. Attraverso la costituzione di relazioni e di scambi tra vari tipi di esperienze, il progetto usa la complessità del contemporaneo come terreno di lavoro per conoscere e trasformare l’esistente e si pone alla base della partecipazione. L’attività espositiva prevista per Palazzo Chianini è dunque un’occasione di incontro, che sceglie di costituire un network, per rendere più ampia la propria voce.
MUSHROOM fa quindi scelte sociali prima ancora di fare estetica e intende far crescere la sensibilità culturale sia a livello personale che collettivo.
Si lavora quindi su 3 fronti specifici: la propria individualità, la relazione intersoggettiva e lo spazio espositivo, con una discreta dose di consapevolezza. Il calendario cerca quindi di sviluppare modalità di attraversamento della complessità del concetto di identità; di coniugare locale e globale, anche alla luce delle specificità delle discipline coinvolte e della eterogeneità degli artisti e infine di indagare il chi siamo alla luce dell’identità altrui. Il tutto, con una sana maniera di invadere o più semplicemente di mettere in discussione lo spazio che ci circonda.
Matilde Puleo Direttrice Artistica Mega+Mega |
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Artisti:
Vladimiro Andidero - Meri Ciuchi - Simonetta Fratini - Luigi Gaudioso - Federica Gonnelli - Manolo Liberatori Gerarda Lo Russo - Paola Maffei - Manuela Mancioppi - Giampaolo Marcantoni - Ilaria Margutti - Antonella Mercati Elena Merendelli - Gianna Murazzo - Cristina Pancini - Stefania Puntaroli - Marta Primavera - Res Amea - Chiara Righi - Agnese Rondoni - Paolo Scala ed Eleonora Lucani - Paolo Toci - Salvatore Travascio - Elisa Zadi a cura di Matilde Puleo
Microcosmi versione tavoletta, miniature, esistenze ridotte e modelli di vita che germogliano rendendo il tridimensionale molto più assimilabile ad una famiglia di funghi che ad una ricognizione sistematica della produzione artistica del territorio. Germinazioni, non a caso, è il primo evento dell’articolata rassegna di arti visive che porta il titolo mushROOM e che si realizza significativamente attorno a piccoli supporti.
Germinazioni di germogli da intendersi come atti di origine, cause prime e albori di qualcosa che ha da venire o che è già in atto. Fondamenti o premesse di se stessi e del proprio mondo che costituiscono un abbozzo di adesioni e di esplorazioni di se da far convogliare nei locali di Palazzo Chianini invadendolo.
Questi artisti sono stati chiamati a lavorare sui depositi, sugli accumuli e sugli strati di ciò di cui siamo composti, attingendo dal luogo dei ricordi, delle nostalgie, dei reperti, delle indagini dal sapore scientifico o dai flashback, tutta una serie di ipotesi da insinuare lungo i percorsi dello spazio espositivo.
Per i 25 artisti invitati, il compito di elaborare 10 immagini su supporti della stessa dimensione, ha significato avere un ingombro mentale utile a suscitare la natura narrativa del sé. L’Io di ogni artista ha realizzato in pratica una storia molteplice che ha avuto come protagonista un probabile Me che immagina futuri, evoca presenti e ricostruisce passati pur privato da ogni garanzia circa la percezione unitaria di se stessi. Germinazioni di tentativi senza rete. Falliti o portati a compimento, poco importa.
La questione relativa all’identità personale è attualmente uno dei temi più interessanti del dibattito nell’ambito della psicologia sociale e in molti, da tempo, sembrano propensi a credere che essa non sia più qualcosa di definito e unico. Si parla piuttosto di un risultato molteplice e dai confini sempre più permeabili, pronto a negoziazioni di vario tipo. Si parla di una sorta di fragilità permanente che sembra aver perso l’antico senso di continuità e di appartenenza. La questione delle identificazioni proprie ed altrui è un problema che questi artisti pongono a se stessi e all’osservatore all’interno di un’interazione in cui la generalizzazione non solo non è esplicita ma non è neppure ammessa. Tanto dissimili e perfino volutamente discordanti sono le identità coinvolte.
Accostare tante personalità diverse che manifestano tuttavia un comune interesse per l’identità – ciascuno con la personale e incisiva connotazione formale che li contraddistingue – significa immettere l’osservatore nei versanti meno scontati e di più ampio respiro contestuale del dibattito socio-antropologico ancora in corso. Il carattere dialogico dell’arte e l’appartenenza di queste tavolette alla sfera della creatività e dunque all’ambito del possibile non deve trarre in inganno: il potere esplorativo delle scienze pare essere indebolito e l’ampia diffusione di trattati e di saggi che si occupano d’arte, ma che sono composti dai filosofi della scienza pare dimostrare un effettivo bisogno di linguaggi metaforici ed evocativi che sappiano tradurre in altro modo la complessità del reale. Per tale ragione l’identità diventa fonte di immaginazione creativa, suffragata da referenze allegoriche ottenute (tutte, nessuno escluso) da motivazioni teoriche, fasi di studio e progetti ideativi non privi di aspetti accattivanti, ludici o ironici. La mostra è infatti la fase conclusiva di un processo lungo costituito da intensi confronti, scambi di idee (e di mail) che hanno spinto ad aprirsi non solo sul piano della razionalità, ma anche su quello della sensibilità e dell’esperienza diretta del gruppo, anche da parte di quanti (e sono molti) sono stati costretti da altro a rimanerne fuori. Ognuno di loro tuttavia, sa che l’avvicendarsi delle iniziative sarà occasione ulteriore
Narrare ciò che crediamo di essere e accorgersi delle diverse identità che coabitano in noi senza correre il rischio di perdersi significa riuscire ad inserire ogni ipotesi in una narrazione complessiva e (perfino complessa), che ha il semplice compito di farci prendere coscienza e di non censurare o castrare ciò che alla fine, per l’appunto, ci identifica.
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Mostre personali di:
Meri Ciuchi - Collor8 - Andrea Lunardi - Paola Maffei - Ilaria Margutti - Paolo Antonio Toci
a cura di Matilde Puleo
Strettamente Personale è una modalità insolita di presentare sei mostre personali ospitate contemporaneamente nello stesso spazio e provocate dal bisogno di parlare non più di se stessi, ma dell’Altro. Anzi, del nostro comportamento in funzione non tanto delle caratteristiche obiettive dell’ambiente, quanto del modo in cui lo percepiamo. L’attenzione viene posta quindi sul comportamento che assumiamo in relazione al come percepiamo l’ambiente, al di là delle presunte caratteristiche obiettive.
In sei diverse stanze l’Altro prende forma, acquistando perfino una tangibile consistenza. Fisicamente assente, Egli è un’immagine che potrebbe compromettere la modalità della risposta, eppure non corriamo questo rischio. L’immagine come la parola interpreta, costituisce ed edifica il mondo. È atto creativo che istituisce i limiti dell’umano, li nomina, ma allo stesso tempo ne impedisce in qualche modo il dissolvimento. Lo scambio dunque avviene con il simulacro dell’altro, proprio perché la sollecitazione percettiva è determinata da un ventaglio assai vario di proposte fatte ad arte. Le immagini dell’altro ci inducono a pensare alle catene di azioni e reazioni possibili in un orizzonte “virtuale”, fatto di segno, colore, immagine e bidimensione.
Strettamente Personale è il titolo di sei mostre personali e allo stesso tempo un interessante oggetto d’analisi, in quanto percentuale visibile di un processo che anche in altre condizioni si svolge “nella testa” delle persone che confrontano le proprie reazioni con le aspettative da cui sono partiti. La questione dello schema mentale che organizza la nostra interpretazione del mondo e degli altri è antica e controversa, ma è utile ricordare che lo schema è un modello che sta al di fuori del soggetto, esattamente come accade con la sua rappresentazione artistica. Pertanto, divenuto informazione, lo stimolo visivo analizza il vissuto degli altri e ingenera un’altra domanda: strettamente personale di chi?
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Mostra collettiva:
Vladimiro Andidero, Claudio Ballestracci - Nicoletta Calvagna - Simonetta Fratini - Gianmaria Giannetti - Paola Maffei - Elena Merendelli - Enrique Moya Gonzalez - Gianna Murazzo - Muzkiller Foundation - Cristina Pancini - Marta Primavera - Pino Puntù
a cura di Matilde Puleo
Children’s object è l’aspirazione a un rapporto ‘organico’ con il mondo che riesca a fondere ricordo, desiderio e passione.
Attingere alle forme dell’immaginario infantile significa lavorare sull’idea di origine: la nostra origine, l’immaginario relativo al chi c’era prima della nostra nascita e al com’era senza di noi.
Richiamando l’attenzione sulla relazione e l'espressività degli oggetti, la ricerca - come è doveroso per ogni bambino che si rispetti - sa condurci verso ogni sorta di costruzione biografica eroica o paradossale o verso quelle ossessioni che dall’infanzia sono in attesa di futuri disvelamenti. Piccole manie e chiodi fissi sui quali si sosteneva la nostra insicurezza e grandi imprese a giustificare quella impazienza di crescere che abbiamo dimenticato. La casa natale e i luoghi della memoria da rivivere con affetto, timore o con quei tanti problemi sorti allora e mai più risolti, sono qui indagati con nostalgia, affetto e qualche volta anche con acredine e rancore. Children’s object insomma, è l’insieme degli oggetti fisici e psichici della nostra infanzia da cui è ancora possibile cercare spunti utili per la più attuale ricerca artistica.
Oggetti personali che si propongono come condizione necessaria per la creazione. Dimensione essenziale delle cose per riflettere sul potere o sul non-potere trasformare e ammaliare la realtà: oggetti ai quali è affidato un preciso senso esistenziale e a cui richiedere una possibile definizione di ciò che è transitorio o permanente nel pensiero sulle proprie origini.
Oggetti di lavoro, di arredamento, di abbigliamento, di trasporto che trovano una loro precisa posizione nella storia personale o collettiva e che necessitano di essere rapportati ai tanti casi di vita eccezionali che ognuno di noi ha avuto in testa. Casi di vita che riferiscono a tappe biologiche, culturali e sociali che hanno inizio nella memoria e che non finiscono se non quando ci dimentichiamo di ciò che di quella tappa è stato coprotagonista. I 13 artisti hanno fatto proprie queste istanze, sono tornati alla ricerca di ciò che apparteneva a quel mondo e sono tornati a interessarsi delle esperienze ricorrenti o delle situazioni eccezionali che quegli oggetti promisero loro in passato.
Lo scopo infatti è quello di affermare lo stretto rapporto tra mondo dell’infanzia e l’arte contemporanea. Children’s object è in questa sede un oggetto che sulla base delle scelte più diverse ha finito col realizzarne un altro di natura dissimile, ma solo perché collegato all’inclinazione a sperimentare tipica di ogni bambino. È una modalità che cerca connessioni tra linguaggi e ambiti, lasciandosi suggestionare dai più illustri predecessori che nella storia dell’arte hanno avvertito le medesime urgenze espressive.
Gli artisti qui presenti sono mossi da sempre verso questa direzione e finalizzano a questo scopo anni d’intensa disciplina e nuove attese per il futuro. Per ognuno di essi l’aspetto più interessante dell’infanzia è la riflessione che ne segue ogni qualvolta si avvia una ricerca; in questo essi sono assai simili a ciò che sono stati e mostrano di non aver dimenticato la necessità di continuare a sviscerare i problemi alla ricerca di possibili soluzioni che li vedano finalmente eroi di mondi lontani. Nel fondo delle forme e delle avventure più disparate raccontate da Vladimiro Andidero, Claudio Ballestracci, Nicoletta Calvagna, Simonetta Fratini, Gianmaria Giannetti, Paola Maffei, Elena Merendelli, Enrique Moya Gonzales, Gianna Murazzo, Muzkiller Foundation, Cristina Pancini, Marta Primavera e Pino Puntù ci sono la mutevolezza e l’impermanenza del giudizio. A ciò che c’era prima, si contrappone oggi un’uguale e contraria consapevolezza che rende più forti i connotati critici e che, a maturità raggiunta, concede loro di associare al proprio lavoro una consapevolezza maggiore. Non si tratta di sfoghi momentanei, addolciti dal ricordo più banale, ma di atti di forza sintomo di un rapporto a volte complesso con la dimensione più ingenua. La differenza di approccio dei protagonisti dimostra come l’attenzione verso le più disparate componenti estetiche possa entrare a pieno titolo nell’arduo compito di sollevare la questione dell’infanzia dandone per quanto è possibile una risposta attuale e sincera.
È a causa di queste disuguaglianze che l’obiettivo di trasformare il pensiero artistico ricercando rapporti affettivi e quindi attivi col mondo, con la propria storia e ovviamente con la storia in genere, è stata a mio avviso ampiamente raggiunto.
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Mostra collettiva:
Beatrice Bartolozzi - Sara Falli - Raffaele Fiorella - Fabio Fontana - Manuela Mancioppi - Antonella Mercati
a cura di Matilde Puleo
STATO D’ATTESA è una mostra collettiva che intende sollevare una questione vitale per un giovane artista: è il caso di essere ciò che si sa di essere, oppure è d’obbligo attendere? Vivere i propri sogni o indugiare?
Questi giovani artisti si chiedono cioè se questo stato d’animo (sempre in bilico; sulla soglia di un crinale che dovrebbe scandire due momenti diversi della vita), sia un’allusione all’intollerabile permanenza delle cose o ad una momentanea contrapposizione tra immagine e realtà.
La mostra propone il lavoro di sei artisti che nello specchio dell’arte trovano il passaggio segreto per andare verso il luogo in cui si raccolgono le aspirazioni al cambiamento e il desiderio di creare.
Per Beatrice Bartolozzi, Sara Falli, Raffaele Fiorella, Fabio Fontana, Manuela Mancioppi e Antonella Mercati, trovarsi in uno STATO D’ATTESA, significa essere giunti ad una fermata e imbattersi in una sosta. Aspettare fiduciosi ma al tempo stesso prepararsi alla partenza e annunciare al mondo quanto sia prossima la metamorfosi.
Si tratta di opere in stato d’attesa collocate sulla soglia tra conoscibile e in conoscibile capaci di evocare quella attesa interiore che abita l’animo di chi si fida perchè sente viva la propria forza.
I lavori suggeriscono le direzioni più diverse e imprevedibili dell’attesa. Si affrontano pause ironiche oppure giocose, tipiche di chi sa prendersi un po’ in giro. Alcune quindi, sono cariche di note sarcastiche e pungenti come quelle di Raffaele Fiorella, mentre altre sono proposte di gioco pronte a coinvolgere il pubblico, come gli spensierati passatempi di Manuela Mancioppi. Altre ricerche invece, ci parlano di tregue affollate di note sofferte e commoventi come quelle di Antonella Mercati, o di parole tracciate in attesa che qualcuno le legga come quelle proposte da Fabio Fontana. Sono attese infantili di storie da abbinare all’immagine come quelle di Beatrice Bartolozzi o tracce di vita attesa e poi vissuta, fotografata o dipinta come quelle di Sara Falli. Tutte hanno in comune la medesima sicurezza e fiducia di se e, in generale, esse si offrono come molteplici variabili di un medesimo quanto complesso stato d’animo.
Pertanto, anche se la vita professionale e il riconoscimento finale sono da intendersi come un cammino attivo e intenzionale e (anche) come una corsa verso un fine irraggiungibile, in entrambi i casi, il primo passo da fare è forse, quello di riconoscersi in questo stato d’attesa.
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