Illustrazione: le tappe di una professione intervista a Chiara Carrer

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Pubblichiamo l’intervista realizzata in occasione della mostra ad Arezzo perchè è sempre valida…

Tra tutti gli oggetti del reale, suppongo che la parola scritta sia determinante per un illustratore.  Mi chiedo però se esiste la possibilità che una parola si faccia portatrice di un numero maggiore di immagini rispetto ad un’altra. Ti chiedo cioè se hai mai sperimentato quale sia la tipologia testuale che suscita un riscontro immediato al punto da comandare alla mano di afferrare un lapis e disegnare.

 

  • Sicuramente il disegno è la forma iniziale di qualsiasi discorso per un illustratore. Il prendere appunti può essere fatto sia dalla realtà che da un testo. Il reale è fonte costante, anche se non è detto che un illustratore abbia bisogno di appuntarsi costantemente ciò che vede. Esiste una memoria visiva che permane e viene rielaborata quando serve. Rispetto alla tipologia testuale, ci sono modi di usare il testo e la scrittura che sono più vicini e sensibili al carattere di ciascuno. Noi leggiamo sempre ciò che ci assomiglia o ci avviciniamo al materiale nel quale ci possiamo identificare di più. Per me una prosa poetica e testi dotati di molteplici divagazioni filosofiche sono molto stimolanti: mi aiutano a costruire associazioni d’idee che suscitano poi immagini o un progetto d’immagini. Molto meno accattivanti sono gli scrittori che descrivono. Tranne Calvino ovviamente!  In generale, dipende da quanto lo scrittore entra in sintonia con me. Ho bisogno di rapporti empatici, se non altro perché penso che la forma mentis di chi costruisce immagini funzioni in modo diverso rispetto a chi costruisce immagini attraverso le parole. Il testo, non a caso, lo leggo più volte in modo che si sedimenti da qualche parte e che quel piccolo frammento di testo che appartiene anche al mio universo d’immagini possa risalire a galla e produrre sollecitazioni e atmosfere che appartengono al testo, ma che poi prendono strade indipendenti.

 

La sperimentazione che riservi ad ogni tavola che illustri sembra essere determinata da una volontà specifica a raccontare molte storie contemporaneamente. Quando decidi che una tavola è conclusa?

 

  • Io credo di avere acquisito nel tempo la capacità di fermarmi quando considero che ciò che c’era da dire è stato detto. È un equilibrio raggiunto con fatica e impegno: una specie di autodisciplina che mi sono richiesta. I miei primi libri illustrati (Otto Karotto ad esempio, visibile al sito chiaracarrer.com) , sono pieni di sperimentazioni, dettagli, storie parallele e cosi via. Pian piano credo di aver ridotto all’essenziale e cercato di dire tutto quel che avevo da dire con il minor numero di passaggi. Ho deciso di scegliere ad esempio, una sola tecnica per tutto il libro o di usare un certo tipo di inquadratura e così via. Ho capito che dalla mia urgenza iniziale, avrei potuto trarre selezioni più accurate e consapevoli. Se dunque, ancora oggi si leggono tante storie nelle mie tavole è perché in qualche modo quelle storie e quelle stratificazioni di senso le porta il lettore.

 

C’è un racconto o una modalità di scrittura che ti piacerebbe illustrare e che ancora non hai mai affrontato?

 

  • Ci sono due fiabe che m’intrigano ma che al tempo stesso per qualche motivo respingo: “Scarpette rosse” e “La ragazza senza mani”, ma penso anche al violentissimo e scuro Minotauro  di Friedrich Dürrenmatt  che avrei voluto fare subito dopo il Barbablu del 2007. Oggi penso che il suo carattere tragico e crudele non collimerebbe con la mia condizione attuale e che forse ho bisogno di cercare di capire se ho qualche cosa da dire secondo la mia modalità e il mio pensiero oppure no.

 

Intrattieni proficue relazioni con l’editoria straniera e in questo ultimo periodo hai collaborato tra l’altro con  quella messicana. Quali sono le loro caratteristiche e quali tipo di lavoro ti affidano?

 

  • Penso che questa favorevole relazione abbia a che fare con la mia storia e con quelli che sono i miei valori e con le priorità che ho scelto definitivamente. Il Messico è una specie di seconda patria molto interiore e dunque l’incontro con la Petra ediciones è stato un incontro di sensibilità. Ci siamo incontrate in un momento magico fatto di riconoscimento e attrazione che mi ha richiesto di scrivere e a illustrare ciò che sentivo. Mi

hanno accolto nella casa editrice lasciandomi uno spazio importante e un’atmosfera carica di stimolo e rispetto. Tutte condizioni per me imprescindibili. Il primo libro fatto con loro è stato Un dìa, al quale è seguito un altro progetto sulle case. Quest’anno mi hanno chiesto una trascrizione del mito di Demetra e Persefone curato da uno scrittore messicano. Impresa interessante e difficile che mi richiederà di fare strade e percorsi del tutto nuovi.

 

Ci dici quali libri stai leggendo?

 

  • In questo momento il mio comodino è un po’ confuso. C’è un testo di Jack Zipes sulla saggezza e follia del narrare  e le riflessioni di Jean Clair su Henry Cartier-Bresson relative ad un aspetto che non conoscevo del fotografo e cioè il suo rapporto col disegno. In questo momento sto prendendo molti appunti sul disegno e sto facendo archivio e consapevolezza da utilizzare sia nella mia didattica che a livello personale. C’è anche un classico: L’Éducation Sentimentale di Gustave Flaubert che mi sento di consigliare!

 

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On giugno 26, 2017
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